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Frasi sull'argomento carcere 4

Woman Reading (Kuroda Seiki)

dillo con parole sue

Antonio Gramsci : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 9 anni fa |Commenti(0) |

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Wikipedia contiene una voce riguardanteWikipedia>>Antonio Gramsci

Carissima Giulla, (... ) Nella nostra corrispondenza manca appunto una corrispondenza effettiva e concreta: non siamo mai riusciti ad intavolare un dialogo; le nostre lettere sono una serie di monologhi che non sempre riescono ad accordarsi neanche nelle linee generali; se a questo si aggiunge l'elemento tempo, che fa dimenticare ciò che si è scritto precedentemente, l'impressione del puro monologo si rafforza. Non ti pare? Ricordo una novellina popolare scandinava. Tre giganti abitano nella Scandinavia lontani l'uno dall'altro come le grandi montagne. Dopo migliaia d'anni di silenzio, il primo gigante grida agli altri due:" sento muggire un armento di vacche!" Dopo 300 anni il secondo gigante interviene: "Ho sentito anch'io il mugghio!" E dopo 300 anni il terzo gigante intima "Se continuate a far chiasso così, io me ne vado". / (Lettere dal carcere)



Franz Kafka : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 9 anni fa |Commenti(0) |

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Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato. La cuoca della sua affittacamere, cioè della signora Grubach, che ogni mattino verso le otto gli portava la prima colazione, quel giorno non venne. Era la prima volta che una cosa simile capitava. K. aspettò un poco; col capo appoggiato al guanciale, notò che la vecchietta sua dirimpettaia lo osservava con una curiosità per lei del tutto inconsueta, ma poi, deluso ed affamato ad un tempo, si decise a suonare il campanello. Subito bussarono alla porta, ed entrò un uomo che in quella casa K. non aveva mai visto prima. / [Franz Kafka, Il processo, traduzione di Primo Levi, Einaudi, 1983]



Cesare Pavese : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 5 anni fa |Commenti(0) |

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Si resiste a star soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella intollerabile. / (IL carcere) /



Salvatore Ricciardi : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 5 anni fa |Commenti(0) |

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Tornare in carcere. Perché? Ci puoi tornare per caso, per un accidente in agguato che ti può balzare addosso d’un tratto. Un inconveniente dovuto al marchio che ti porti stampato in fronte. L’ex detenuto, si sa, in ogni occasione è il sospettato principale. Ci puoi tornare volontariamente, per constatare i cambiamenti avvenuti e confrontare la nuova realtà con quella di qualche decennio fa. Ci puoi tornare con la fantasia, per ripercorrere quello spazio e quel tempo annullato, violentato. Ci puoi tornare perché hai la forte sensazione che lì dentro hai lasciato qualcosa che devi recuperare. Rientrare con la fantasia non è difficile per noi, «detenuti di lungo corso», che la galera ce l’abbiamo cucita addosso e non riusciamo a strapparcela via, perché è qualcosa che ci accompagna sempre e ovunque. Capita che persone amiche che non vedi da tempo ti chiedano se hai davvero finito tutto, oppure se stai ancora in uno di quei maledetti «gironi» che accompagnano l’ultima fase della detenzione: la semilibertà, la libertà condizionale eccetera. Si stupiscono quando con un po’ di esitazione gli dici che sì, hai veramente finito tutto, che puoi muoverti con libertà, che hai addirittura di nuovo il passaporto. Li scopri contenti ma sorpresi, perché per loro tu sei la galera personificata, una galera che nell’immaginario non finisce mai. Hai voglia a dire a tutti che finalmente hai scontato tutta la condanna, che ti sei lasciato la galera alle spalle, che quei giorni immobili ormai sono solo un ricordo. Anche se quasi ti vergogni a sottolineare il tuo allontanamento dal carcere. Perché là altri corpi hanno preso il tuo posto, e per questo ti senti in colpa. Tu sei la galera che cammina a cui chiedere notizie su particolari nascosti che può sapere solo chi ha avuto lunga dimestichezza con quel luogo spregevole. Non si tratta di richieste bislacche, hanno un loro senso. Pelé, Maradona rappresentano il gioco del calcio anche quando hanno smesso di giocare, così come tu rappresenti la galera anche quando una parte di te ne è uscita. Una parte, appunto. Perché anche se le carte giudiziarie attestano che tu sei libero a tutti gli effetti, una parte di te rimane comunque dentro e non riesci a farla uscire. Infatti, tutti se ne accorgono. È questa la ragione per rientrarci: rintracciare quella parte di te che si sono tenuti, riprendersela e provare di nuovo a essere te stesso per intero. Il carcere è cambiato, ma non nella sua sostanza. I cambiamenti, quelli proposti e i pochi realizzati da ministri e parlamentari, non ne hanno modificato l’essenza. Perché qualcosa può davvero modificarsi solo quando i cambiamenti vengono imposti dalla volontà collettiva dei carcerati che lottano in forma organizzata. Che cosa succede in carcere? Te lo domandano le persone sensibili che seguono ciò che avviene dietro quelle mura, oppure chi vede portarsi via e chiudere dietro le sbarre una persona cara. Come si troverà? Reggerà la situazione? Te lo domandano e aspettano con ansia una risposta. Che tu non sia più rinchiuso in quelle celle non importa, tu sei comunque la galera e puoi sapere, puoi capire le vicissitudini di un corpo rinchiuso là dentro: cosa può servirgli, cosa gli si può mandare, cosa viene ammesso e cosa rifiutato, quali accortezze occorrono. Tenerti aggiornato sulla galera non è facile. Non basta leggere le circolari, le nuove leggi, le notizie che affiorano, spesso travisate, sui giornali e sugli altri media. Ci rientri con la fantasia e ti accorgi che è vero che dentro la prigione il tempo non passa. Anche se qualche segno lo trovi: quella macchia di umidità sul muro si è allargata, ha contagiato la parete adiacente, è arrivata al soffitto. Ci rientri per ripercorrere quel tempo sospeso e quello spazio annullato, per non dimenticare le atrocità, per farle conoscere. È il tempo del carcere che cammina sui muri delle celle Tu li riconosci al volo quelli che vengono dalla galera. Li conosci all’impronta. Chi ha fatto la galera, e ne ha fatta tanta, lo porta scritto in faccia. I segni della galera che solcano il viso sono diversi dal graffio del passare degli anni, sono indelebili come la salsedine che scolpisce i volti marinari. Il solco della galera sul viso, immobile come il tempo carcerato, è un profondo spartiacque tra speranza e paura. Molti conoscono le perversioni del sistema carcerario, ma il problema è che non vengono raccontate con le parole giuste, con i toni adeguati. Chi ostenta una presunta conoscenza del carcere spesso ondeggia tra leggende di aragoste e champagne degli ambienti della «mala pesante» e i lamenti penosi di un luogo oscuro, tenebroso, impenetrabile, terrorizzante. Un tempo i prigionieri avevano un loro linguaggio per comunicare e tramandare, dai vecchi ai giovani, la conoscenza delle infamie del carcere attraverso metafore, racconti, parabole. Parole che si diffondevano nella cerchia delle persone con loro solidali, ambienti un tempo numerosi e schierati dalla parte di chi il carcere lo subiva. / (Cos’è il carcere) / da http://www.deriveapprodi.org/2015/01/cose-il-carcere/



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