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Frasi sull'argomento partigiani 5

Jean Jacques Henner - La liseuse

dillo con parole sue

Giuseppe Fenoglio : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 7 anni fa |Commenti(0) |

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Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s'era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche. Lo spettacolo dell'8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato; nella più felice delle ipotesi stava viaggiando per la Germania in uno di quei medesimi vagoni piombati, partito da una qualsiasi stazione dell'Italia centrale. / (Il partigiano Johnny)



Giuseppe Fenoglio : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 7 anni fa |Commenti(0) |

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Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell'anno 1944. / Ai primi d'ottobre, il presidio repubblicano, sentendosi mancare il fiato per la stretta che gli davano i partigiani dalle colline (non dormivano da settimane, tutte le notti quelli scendevano a far bordello con le armi, erano esauriti gli stessi borghesi che pure non lasciavano più il letto), il presidio fece dire dai preti ai partigiani che sgomberava, solo che i partigiani gli garantissero l'incolumità dell'esodo. I partigiani garantirono e la mattina del 10 ottobre il presidio sgomberò. / (I ventitré giorni della città di Alba)



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Allora qualcuno s’attaccò alla fune del campanone della cattedrale, altri alle corde delle campane dell’al­tre otto chiese di Alba e sembrò che sulla città pio­vesse scheggioni di bronzo. La gente, ferma o che cam­minasse, teneva la testa rientrata nelle spalle e aveva la faccia degli ubriachi o quella di chi s’aspetta il sol­letico in qualche parte. Così la gente, pressata contro i muri di via Maestra, vide passare i partigiani delle Langhe. Non che non n’avesse visti mai, al tempo che in Alba era di guarnigione il II Reggimento Caccia­tori degli Appennini e che questi tornavano dall’aver rastrellato una porzione di Langa, ce n’era sempre da vedere uno o due con le mani legate col fildiferro e il muso macellato, ma erano solo uno o due, mentre ora c’erano tutti (come credere che ce ne fossero altri an­cora?) e nella loro miglior forma. / (I ventitré giorni della città di Alba)



Cesare Pavese : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 5 anni fa |Commenti(0) |

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Ci sono dei giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d'erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi... Io non credo, che possa finire. Ora che ho visto cos'è la guerra, cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero. / / [La casa in collina, Giulio Einaudi Editore, Torino]



Cesare Pavese : clicca per leggere tutte le frasi di questo autore Inserita circa 5 anni fa |Commenti(0) |

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Wikipedia contiene una voce riguardanteWikipedia>>Cesare Pavese

Seguì una notte di tiepida pioggia che liberò la primavera. L’indomani nel sereno stillante si respirava un odore di terra. Passai metà della mattina nei boschi, nella conca sul sentiero del Pino ritrovando i muschi e i vecchi tronchi. Mi parve ieri che c’ero salito con Bino, mi chiesi per quanto tempo ancora sarebbe stato il mio solo orizzonte, e guardavo il ciclo fresco come una vetrata di chiesa. Belbo correva al mio fianco. / Tornando passai per una cresta da cui si dominava il versante delle Fontane. Molte volte con Dino avevamo cercato di lassù lo stradone e la casa. Quel giorno fra i tronchi spogli, vidi subito il cortile, e vidi due automobili ferme, color verde-azzurro, e intorno figurine umane dello stesso colore. Provai un senso di nausea, di gelo, tentai di dirmi ch’eran gli uomini di Ponsò, 10 mi parve che il sole si fosse coperto. Guardai meglio; non c’erano dubbi, vidi i fucili nelle mani dei soldati. / Per qualche secondo non mi mossi; fissavo la conca, il ciclo terso, il gruppetto laggiù; non pensavo a me stesso, non ebbi paura. Mi sbalordì il modo inatteso che hanno le cose di accadere; avevo visto tante volte quella casa dall’alto, mi ero pensato in ogni sorta di pericoli, ma una scena così - vista dal ciclo nel mattino - non l’avevo preveduta. / Ma il tempo stringeva. Che fare? Potevo far altro che attendere? Avrei voluto che ogni cosa fosse finita, fosse già ieri: il cortile deserto, le automobili scomparse. Pensavo a Cate, se era scesa a Torino, se la stavano arrestando a Torino. Pensai di accostarmi, di sentire le voci. Mi riprese quel senso di nausea. Era evidente che dovevo correre subito a Torino, rischiare ogni cosa. Sperai vagamente che fosse rimasta. / Nel cortile si agitavano. Vidi gonne, abiti borghesi, non distinsi le facce. Salivano sulle automobili. Di casa uscirono soldati, salirono anche loro. Riconobbi la vecchia. «Bruceranno la casa?» pensavo. Poi, remoto, mi giunse lo scoppio dei motori che si allontanavano. / Passò del tempo. Non mi mossi. Di nuovo, tutto era terso e tranquillo. «Se hanno preso la vecchia» pensavo, «hanno preso tutti». Mi accorsi di Belbo, che, accucciato ai miei piedi, ansimava. Gli dissi: «Laggiù» e lo sospinsi col piede. Lui saltò sulle zampe abbaiando. Per la paura mi ritrassi dietro un tronco. Ma Belbo era già partito come una lepre. / Lo vidi arrivare trotterellando per la strada. Lo vidi entrare nel cortile. Mi ricordai quella notte d’estate che alle Fontane si cantava e tutto doveva ancora succedere. Col cuore sospeso tesi l’orecchio e spiavo se qualcuno era rimasto laggiù. Belbo, piantato nel cortile, riprese ad abbaiare, contro la porta, provocante. Si udì il canto di un gallo, strepitoso e lontano; si udì dalla strada del Pino il cigolio di carri in condotta. / Il cortile era sempre deserto. Poi vidi Belbo che saltava e aveva smesso di latrare; saltava intorno a qualcuno, a un ragazzetto, Dino, sbucato da sotto la siepe. Li vidi scendere in strada e incamminarsi insieme sul sentiero che avevo percorso tante volte rientrando. Senza dubbio era Dino. Riconobbi la rossa sciarpa che portava sul soprabito, il passo trottante. Mi misi a correre fra sterpi e foglie marce, mi scansavo e battevo nei rami bagnati, correvo come un pazzo; la paura, l’orgasmo, la smania, diventarono corsa affannosa. Da una radura vidi ancora le Fontane, il cortile tranquillo. Non c’era nessuno. Incontrai Dino a mezzacosta. S’arrampicava con le mani in tasca. Si fermò rosso in faccia e ansimando. Non mi pareva spaventato. «I tedeschi» mi disse. «Sono venuti stamattina in automobile. Hanno dato dei pugni a Nando. Volevano ucciderlo...». «La mamma dov’è?». / Anche Cate era presa. Anche il vecchio Gregorio. Tutti. Lui e la mamma uscivano per andare a Torino e li avevano visti arrivare. Non avevano fatto in tempo a voltarsi che già i tedeschi eran saltati correndo nel cortile. Puntavano dei fucili corti, gridando. La mamma tremava. Nando faceva colazione e non aveva più finito. C’era ancora la scodella sul tavolo. «Sono entrati in cantina?». / Un tedesco aveva preso una cesta di bottiglie. Si, Nando l’aveva picchiato in cantina, si sentiva urlare. Avevano trovato le casse e i fucili. Gridavano in tedesco. Li comandava un ometto in borghese, che parlava italiano. La moglie di Nando era caduta per t’erra. A lui la mamma aveva detto che cercasse di nascondersi, poi venisse da me a dirmi tutto. Ma avrebbe voluto restare con gli altri, salire anche lui in automobile; era venuto avanti e i tedeschi non l’avevano lasciato salire. Allora la mamma gli aveva fatto gli occhiacci e lui era scappato nel campo e la nonna chiamava, gridava. Tanto valeva nascondersi. «Ti ha detto di dirmi qualcosa?». / Dino disse di no e si rimise a descrivere quel che aveva veduto. L’uomo in borghese aveva chiesto a chi servivano le stanze di sopra. Quanti venivano di sera all’osteria. Poi parlava in tedesco con gli altri. / Arrivammo al cancello. Dino disse che aveva già mangiato e che s’era riempito le tasche di mele. Per tutta la strada io pensai alle ville nascoste nei parchi, e che nessuna era sicura per nascondersi. / Ma sulla porta ci aspettava l’Elvira. S’era messa il mantello e aspettava. Era scura, nervosa. Mi corse incontro e più rossa del fuoco balbettò senza voce: «Ci sono i tedeschi». / «Lo so già» volli dirle, ma un suo gesto di prendermi il braccio e tirarmi in disparte senza nemmeno fare caso a Dino, mi spaventò. Non era rossa per pudore, aveva gli occhi costernati. «Sono venuti due tedeschi» disse ansando, «hanno detto il suo nome... Sono entrati... hanno visto la stanza...». Fu più che una nausea, mi si disciolsero le gambe. Dissi qualcosa, non usci la voce. / «Un’ora fa» disse l’Elvira bassa e rauca, «non sapevo dove era... non volevo che l’aspettassero. Gli ho scritto su un foglio la scuola e la via. Ci sono andati... Ma ritornano, ritornano...». Oggi ancora mi chiedo perché quei tedeschi non mi aspettarono alla villa mandando qualcuno a cercarmi a Torino. Devo a questo se sono ancora libero, se sono quassù. Perché la salvezza sia toccata a me e non a Gallo, non a Tono, non a Cate, non so. Forse perché devo soffrire dell’altro? Perché sono il più inutile e non merito nulla, nemmeno un castigo? Perch’ero entrato quella volta in Chiesa? L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato. / Quel mattino non stetti a pensare. Un sapore di morte mi riempiva la bocca. Saltai nel sentiero dietro i boschi; dissi all’Elvira sul cespuglio che desse i miei soldi e il libretto di banca al ragazzo, io correvo ad aspettarlo nella conca delle felci. Dissi a Dino di fare attenzione che non lo seguissero. Gli dissi di andare al cancello e guardare. / Ai tedeschi, raccomandai all’Elvira, bisognava rispondere che sovente passavo settimane a Torino e che lei non sapeva dove. Dino gridò. Disse: «C’è un uomo». / Mi appiattii sulla ghiaia bagnata. Tornò l’Elvira e bisbigliò: «Non era niente. Un carretto che passa». / Allora dissi «Siamo intesi», e mi salvai. / Arrivai tra le felci ch’ero tutto sudato. Non mi sedetti. Passeggiavo avanti e indietro per sfogarmi. Fra gli alberi spogli s’apriva il grande cielo, leggero, mai visto così. Compresi cos’è il cielo per i carcerati. Quel sapore di sangue che m’empiva la bocca m’impediva di pensare. Guardai l’orologio. Mi pentii di aver promesso di aspettare. Quell’attesa era orribile. Tendevo l’orecchio se sentivo abbaiare dei cani, sapevo che i tedeschi usano i cani poliziotti. «Purché Belbo non venga a cercarmi» dicevo, «sono capaci di seguirlo». / Poi cominciarono i sospetti e le questioni. Se i tedeschi arrestavano l’Elvira e la madre, la madre diceva certo ch’ero qui. Avrei voluto ritornare e supplicarle. Ripensai quanti torti avevo fatto all’Elvira. Mi chiesi se Dino le aveva già detto dei suoi arresti e dei fucili. Mi calmò un poco ricordarmi che fucili da me non ne avevano nemmeno cercati. / Così passavo quell’attesa, appoggiandomi ai tronchi, parlando tra me, passeggiando, seguendo la luce. Mi venne fame, guardai l’orologio, erano le undici e dieci. Aspettavo da solo mezz’ora. A Cate, a Nando, a tutti gli altri non osavo pensare, quasi per darmi un attestato d’innocenza. A un certo punto mi scrollai, mi feci schifo. Per la terza volta pisciai contro un tronco. Dino arrivò due ore dopo, insieme all’Elvira, che s’era messo il velo nero sul capo come quando tornava da messa. «Non si è visto nessuno» mi dissero. Portavano un pacco e un pacchetto più piccolo. «C’è da mangiare e c’è la roba» disse lei. La roba erano calze, fazzoletti, il rasoio. «Siete matti» strillai. Ma l’Elvira mi disse che ci aveva pensato, che mi aveva trovato un bel rifugio sicuro. Era oltre il Pino, in pianura, il collegio di Chieri, una casa tranquilla con letti e refettorio. «C’è un bel cortile e fanno scuola. Starà bene» mi disse. «Qui c’è una lettera del parroco. È una scuola di preti. Tra loro s’aiutano, i preti». / Parlava tranquilla, non più spaventata. Anche il rossore era scomparso. Tutto avveniva naturale, consueto. Ripensai quelle sere che le dicevo «Buona notte». «E Dino?» dissi. / Per ora restava con loro. Disse: «Ci siamo già spiegati» guardandolo appena, e lui fece di sì col mento. / La stanchezza, il sapore di sangue tornavano a invadermi. Mi si annebbiarono gli occhi. Galleggiavo dentro un mare di bontà, di terrore, e di pace. Anche i preti, e il perdono cristiano. Cercai di sorridere ma la faccia non mi disse. Brontolai qualcosa, che rientrassero su che soprattutto non venissero a cercarmi. Presi i pacchi e partii. / Mangiai nei boschi e verso sera ero entrato nel collegio per una viuzza fuori mano. Nessuno aveva veduto. Giurai, se potevo, di non uscirne mai più. / [La casa in collina, Giulio Einaudi Editore, Torino]



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